Wild Horse Nine a Venezia 83: John Malkovich grande protagonista del film di Martin McDonagh

Martin McDonagh presenta in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia “Wild Horse Nine”, ambientato alla vigilia del golpe cileno del 1973. John Malkovich interpreta un veterano della CIA costretto a confrontarsi con ciò che ha fatto e con il tempo che gli resta. In conferenza stampa risponde anche alle prime domande sull’Oscar; poche ore dopo, la première mondiale in Sala Grande si conclude con tredici minuti di applausi.

Un agente della CIA alla fine della carriera, l’amico con cui ha condiviso decenni di operazioni segrete e un’isola sperduta nel Pacifico, mentre il Cile si avvicina al colpo di Stato del 1973. “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh arriva in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 partendo dalla politica per spostarsi progressivamente verso qualcosa di più intimo: la colpa, l’amicizia e il momento in cui diventa impossibile continuare a ignorare il proprio passato. Al centro c’è John Malkovich, nei panni di Chris. Sam Rockwell interpreta Lee, collega e amico di lunga data, mentre Steve Buscemi è MJ, il responsabile dell’ufficio CIA cui fanno riferimento entrambi. Nel cast figurano anche Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits e Parker Posey. Il film, scritto e diretto da McDonagh, dura 119 minuti. La première mondiale del 3 settembre ha poi trasformato Malkovich nel volto della giornata veneziana: al termine della proiezione in Sala Grande, Wild Horse Nine è stato accolto da una lunga standing ovation, con l’attore visibilmente emozionato accanto al regista e agli altri interpreti. Ma per capire perché la sua prova abbia attirato così rapidamente l’attenzione bisogna partire proprio da Chris.

John Malkovich e un uomo arrivato al conto con se stesso

Chris e Lee sono veterani della CIA. Hanno trascorso buona parte della loro vita professionale dentro le zone più oscure della politica della Guerra Fredda e arrivano sull’Isola di Pasqua, Rapa Nui, portandosi dietro anni di segreti, compromessi e incarichi che hanno lasciato conseguenze molto più profonde di quanto entrambi sembrino inizialmente disposti ad ammettere. Siamo nei mesi di grande tensione che precedono il golpe militare destinato a rovesciare Salvador Allende, presidente democraticamente eletto del Cile. I due uomini vengono inviati da Santiago sull’isola, a più di duemila miglia nel Pacifico, ma anche lì continuano a muoversi secondo agende che non rivelano completamente neppure l’uno all’altro. Chris comincia a ripercorrere la propria vita attraverso un dittafono e le immagini in Super 8 girate da Lee. Quest’ultimo, intanto, deve confrontarsi con gli ordini ricevuti da MJ e con una missione che finisce per coinvolgere direttamente il destino dell’amico. La spy story diventa così soprattutto una questione morale: che cosa resta a un uomo quando, arrivato quasi alla fine, comincia a chiedersi non solo che cosa abbia fatto, ma al servizio di chi e di che cosa abbia vissuto?

Un personaggio che Malkovich tiene sempre sul confine

Chris è costruito su contraddizioni continue. Può essere infantile e letale, divertente e inquietante, arrogante e improvvisamente fragile. Il senso di colpa non lo trasforma in una vittima e neppure in un uomo improvvisamente innocente. McDonagh evita infatti una redenzione facile. Chris ha fatto cose discutibili e appartiene a una struttura che ha esercitato il proprio potere lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Il punto non è cancellare quelle responsabilità, ma osservare cosa accade quando l’uomo che le porta comincia finalmente a sentirne il peso. Malkovich lavora proprio su questa instabilità. La voce, l’andatura, l’abbigliamento, il sarcasmo e quell’aria permanentemente spostata rispetto alla situazione possono inizialmente provocare il sorriso. Poco alla volta, però, la stessa eccentricità diventa una forma di difesa. Il personaggio doveva essere abbastanza duro, crudele e autodistruttivo da risultare respingente e, nello stesso tempo, capace di aprire progressivamente uno spazio di vulnerabilità. È proprio questa combinazione ad aver reso particolarmente complessa la scelta dell’interprete. Con Malkovich, McDonagh trova un attore capace di rendere credibile entrambe le estremità senza far percepire il passaggio dall’una all’altra come una trasformazione artificiale.

La domanda sull’Oscar e la risposta di Malkovich

La sua interpretazione è inevitabilmente diventata uno dei temi della conferenza stampa veneziana. A un certo punto arriva anche la domanda che accompagna spesso i ruoli più evidenti presentati tra Venezia e l’inizio della stagione cinematografica autunnale: sta già pensando all’Oscar? Malkovich non sembra particolarmente interessato a trasformare il Lido nell’avvio di una campagna personale. La risposta sposta piuttosto il discorso sul film, sugli altri interpreti e sul lavoro di Martin McDonagh.

Chris e Lee, un’amicizia lunga una vita

Per quanto il contesto politico occupi una parte essenziale della storia, il vero cuore di Wild Horse Nine è il rapporto tra Chris e Lee. I due lavorano insieme da decenni. Si irritano, litigano, si conoscono abbastanza da capire quando l’altro nasconde qualcosa e, soprattutto, sono uniti da una lealtà che la professione ha messo continuamente alla prova. Chris si affida a Lee anche per questioni di vita o di morte. Lee, dal canto suo, resta accanto a un uomo che potrebbe quasi essere suo padre o suo zio e che è contemporaneamente il suo migliore amico. McDonagh sintetizza il centro emotivo del film nell’affetto fra questi due uomini. La struttura da buddy movie diventa quindi qualcosa di più complesso. Chris e Lee non sono semplicemente due colleghi mandati in missione. Sono due uomini che hanno condiviso uno stesso sistema abbastanza a lungo da non poter più distinguere facilmente l’amicizia dalla complicità, la fedeltà dalla responsabilità. Malkovich e Rockwell lavorano su ritmi diversi e proprio per questo complementari. Il primo è imprevedibile e obliquo; il secondo diventa spesso il contrappeso che permette alla scena di non perdere il contatto con la realtà.

Il Cile del 1973 senza diventare una lezione di storia

Dietro i due protagonisti rimane però il Cile alla vigilia del golpe dell’11 settembre 1973. McDonagh non costruisce una ricostruzione storica tradizionale. Il golpe resta fuori campo per gran parte del film, ma la sua presenza modifica ogni cosa. Chris e Lee appartengono alla politica americana della Guerra Fredda e alle strutture nascoste attraverso cui Washington ha esercitato influenza in numerosi Paesi. La loro storia personale non può quindi essere separata dalle conseguenze politiche delle operazioni alle quali hanno partecipato. Il film può permettersi di parlare di tutto questo senza abbandonare l’umorismo nero tipico di McDonagh. Una battuta può arrivare nel momento più inappropriato. Un dialogo apparentemente assurdo può aprire improvvisamente una ferita. Il dramma non cancella mai completamente la commedia e viceversa. È la stessa zona grigia nella quale vivono i personaggi.

Tutto cominciò con Washington Bullets dei Clash

Anche la nascita del film segue un percorso poco lineare. McDonagh aveva visitato Rapa Nui più di dieci anni prima di realizzare Wild Horse Nine. Non aveva ancora una trama precisa, ma era rimasto colpito dalla possibilità di ambientare qualcosa in uno dei luoghi abitati più isolati del pianeta. L’altro seme della storia risaliva invece alla sua adolescenza. Una canzone dei Clash, Washington Bullets, contenuta in Sandinista! del 1980, lo aveva portato a interrogarsi sul ruolo degli Stati Uniti in diversi momenti della storia politica internazionale, dalla Baia dei Porci agli interventi in America Latina. Per anni le due idee sono rimaste separate. Poi l’isolamento di Rapa Nui e la storia del Cile hanno cominciato a sovrapporsi, fino a generare il racconto di due veterani della CIA costretti a confrontarsi con le conseguenze morali di ciò che hanno fatto.

Rapa Nui osserva gli uomini

L’Isola di Pasqua non diventa quindi una semplice location spettacolare. I Moai, quasi mille figure di pietra disseminate nel territorio, entrano nel film come osservatori silenziosi. Guardano verso l’interno dell’isola e sembrano esistere su una scala temporale completamente diversa da quella dei protagonisti. Chris cerca una forma di giudizio sulle proprie azioni mentre quelle figure rimangono immobili, testimoni di vite umane infinitamente più brevi della loro presenza. La produzione ha scelto di girare realmente a Rapa Nui, nonostante le difficoltà logistiche. Una troupe di circa 150 persone ha lavorato sull’isola per mesi, in collaborazione con le autorità e con la comunità locale, trasportando dal Cile continentale gran parte delle attrezzature necessarie e adottando particolari cautele per tutelare i siti dei Moai. Anche il casting ha coinvolto abitanti del luogo, comprese persone senza precedenti esperienze cinematografiche, per dare maggiore autenticità alla presenza della comunità di Rapa Nui all’interno del film.

I cavalli selvaggi e l’anima da western

Poi ci sono i cavalli. Durante la sua prima visita, McDonagh rimase sorpreso dalla presenza di cavalli selvaggi in ogni parte dell’isola. Da quel momento diventarono un elemento costante della sceneggiatura. Si muovono attraverso il paesaggio come i Moai: osservatori innocenti dei conflitti e delle conseguenze prodotte dagli esseri umani. È anche grazie a loro che Wild Horse Nine assume progressivamente una natura quasi western. Chris e Lee possono essere letti come due vecchi pistoleri arrivati alla fine della propria epoca, uomini appartenenti a un mondo che sta scomparendo. Questa suggestione diventa ancora più evidente quando il film arriva alla Monument Valley, dove compare il personaggio interpretato da Tom Waits.

Carter Burwell e gli ultimi pistoleri

La componente western entra direttamente anche nella colonna sonora di Carter Burwell, collaboratore storico di McDonagh. Il compositore ha costruito uno dei temi principali attorno alla chitarra acustica, cercando una malinconia che ricordasse gli ultimi western hollywoodiani, quelli nei quali il West sta scomparendo e insieme a esso un’intera generazione. Chris e Lee diventano così musicalmente il pistolero più anziano e quello più giovane, legati da un rapporto che nessun altro può capire fino in fondo. La musica amplia però anche la dimensione geografica del film, intrecciando strumenti a corda andini e suggestioni provenienti dalle tradizioni del Pacifico. Ancora una volta, uomini e paesaggio finiscono per diventare inseparabili.

Monica e Alicia spezzano l’equilibrio

Sull’isola Chris e Lee incontrano Monica e Alicia, due studentesse interpretate da Mariana Di Girolamo e Ailín Salas. Sono loro a modificare progressivamente l’equilibrio del viaggio. Monica si avvicina a Chris attraverso curiosità ed empatia e diventa un elemento importante nella trasformazione emotiva dell’uomo. È attraverso quel rapporto che comincia a emergere una parte di lui rimasta a lungo sepolta sotto il cinismo e la disciplina dell’agente segreto. Alicia segue invece un percorso più oscuro. Le motivazioni che inizialmente nasconde finiscono per cambiare la direzione della storia. La presenza delle due donne impedisce inoltre al film di raccontare il Cile soltanto attraverso gli occhi dei due americani. Il punto di vista cileno entra dentro la storia e porta con sé un rapporto diverso con ciò che sta accadendo sul continente.

Un film degli anni Settanta anche nell’immagine

L’ambientazione del 1973 non passa soltanto attraverso costumi, scenografie e automobili. Il direttore della fotografia Ben Davis ha lavorato insieme a McDonagh per recuperare qualcosa dell’aspetto dei film americani dei primi anni Settanta. L’idea iniziale era persino quella di girare interamente in 35 mm, ma la distanza di Rapa Nui e la difficoltà di trasportare e sviluppare il negativo hanno portato a una lavorazione prevalentemente digitale. Il digitale è stato però trattato per restituire grana, colori e imperfezioni della pellicola fotochimica. Nel film compaiono inoltre immagini girate realmente in Super 8, 16 mm e, in alcuni casi, 35 mm. Anche le inquadrature raccontano l’evoluzione emotiva. All’inizio Chris e Lee sono spesso due figure piccolissime dentro un paesaggio enorme. Man mano che il film procede, la macchina da presa si avvicina e la dimensione spettacolare dell’isola lascia progressivamente spazio ai volti. Il viaggio geografico diventa un viaggio verso l’intimità.

Santiago e Rapa Nui, due mondi opposti

Il contrasto visivo riguarda anche i due principali luoghi del film. Santiago è costruita attraverso colori ridotti, ambienti austeri e un’atmosfera segnata dalla tensione politica. La sede della CIA si affaccia su una piazza storicamente centrale: proprio lì si trova il palazzo presidenziale che sarebbe stato bombardato dalle forze di Pinochet durante il golpe. Rapa Nui è l’opposto. Verde, luce, oceano e colori più liberi sostituiscono la rigidità del continente. Più i personaggi si allontanano fisicamente dalle strutture del potere, più sembra diventare difficile mantenere intatte le regole con cui hanno vissuto fino a quel momento.

Una coppia di agenti, ma soprattutto due uomini soli

Sotto la CIA, le missioni e la politica, Wild Horse Nine continua così a tornare su Chris e Lee. Sono due uomini che hanno trascorso una vita dentro un’organizzazione e che scoprono progressivamente quanto quell’appartenenza non abbia impedito loro di essere soli. Il lavoro li ha uniti, ma li ha anche privati di molti legami esterni. Chris arriva a riconoscere in Lee praticamente l’unico vero amico della propria vita. E Lee, pur avendo una famiglia e una carriera ancora attiva, sembra portarsi dietro una solitudine non meno profonda. È qui che il film smette definitivamente di essere soltanto una storia sulla CIA. Il potere e la Storia rimangono, ma diventano il terreno sul quale McDonagh racconta la lealtà fra due uomini che non hanno mai imparato davvero a parlare di ciò che provano.

La première e i tredici minuti di applausi

Poi è arrivata la sera veneziana. Il 3 settembre, Wild Horse Nine è entrato in Sala Grande per la première mondiale in concorso. Alla fine della proiezione il pubblico ha tributato al film una standing ovation durata circa tredici minuti. Malkovich è apparso particolarmente emozionato. È facile, in un festival, trasformare immediatamente la durata degli applausi in una previsione sui premi. Ma sarebbe prematuro. La Mostra deve ancora completare il proprio percorso, la giuria deve vedere tutti i film e una standing ovation non equivale né a una Coppa Volpi né a una candidatura all’Oscar. Dice però qualcosa sulla reazione immediata della sala. E questa volta il centro dell’attenzione è stato chiaramente John Malkovich.

Wild Horse Nine e il peso di una vita

È qui che torna la domanda posta poche ore prima in conferenza stampa. L’Oscar può aspettare. Il dato interessante di Venezia è che Wild Horse Nine offre a Malkovich un personaggio capace di utilizzare molte delle qualità che hanno reso riconoscibile la sua carriera senza limitarsi a riproporle. Ci sono l’ironia, la minaccia, la voce, l’eccentricità e la capacità di non far capire mai completamente allo spettatore che cosa stia pensando. Ma c’è soprattutto la stanchezza di un uomo che non riesce più a raccontarsi una versione rassicurante della propria vita. Chris non diventa improvvisamente buono perché sente il peso del passato. Rimane responsabile delle proprie scelte. Quello che cambia è la sua possibilità di ignorarle. Ed è forse proprio in questo spazio che Malkovich trova la parte più interessante del personaggio: quando l’ironia smette di funzionare come protezione e, dietro il vecchio agente della CIA, comincia finalmente ad apparire l’uomo. Wild Horse Nine parte dal Cile, dalla Guerra Fredda e dalle interferenze politiche americane, attraversa Rapa Nui come un western fuori dal tempo e finisce per raccontare soprattutto due amici arrivati insieme al limite del proprio viaggio. Alla fine della première la Sala Grande ha continuato ad applaudire per tredici minuti. Malkovich, poche ore prima, aveva preferito non parlare di Oscar. Per adesso basta Chris: un personaggio che porta addosso il peso della Storia e che consegna a John Malkovich uno dei ruoli più complessi e sfaccettati di questa Venezia 83.

Autore

  • Angelo Costanzo

    Giornalista Professionista iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio e Fotoreporter. Si occupa di cinema, televisione, musica, spettacolo, arte e cultura. Da anni racconta eventi, festival, produzioni cinematografiche e musicali e protagonisti del mondo dell’intrattenimento attraverso articoli, recensioni, approfondimenti e reportage video e fotografici. Editore e curatore di FilmSerieCanzoni.it