Dopo l’anteprima mondiale fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Oasis: Don’t Look Back in Anger arriva nelle sale italiane dal 10 settembre. Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e ideato da Steven Knight, il documentario entra nelle prove, nel backstage e nel tour mondiale Oasis Live ’25 per raccontare non soltanto il ritorno della band, ma soprattutto la riconciliazione tra Liam e Noel Gallagher e il rapporto che continua a unire le loro canzoni a generazioni diverse di fan.
La storia riparte dal 28 agosto 2009, da un concerto che non comincerà mai. Gli Oasis stanno per salire sul palco a Parigi quando una lite nei camerini tra Liam e Noel Gallagher porta alla cancellazione dello show e delle successive date europee. Da quel momento i due fratelli smettono praticamente di parlarsi per quindici anni.
È da quella frattura che prende forma Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario dedicato alla reunion della band e al tour mondiale Oasis Live ’25, presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e nelle sale italiane dal 10 settembre. Il film dura 122 minuti ed è diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, con Steven Knight, creatore di Peaky Blinders, alla sceneggiatura.
Non è però soltanto il racconto di un ritorno sul palco. Dietro gli stadi pieni, le canzoni cantate da decine di migliaia di persone e una delle reunion musicali più attese degli ultimi anni, il film cerca soprattutto di capire che cosa sia accaduto tra Liam e Noel e perché il ritorno degli Oasis abbia provocato una risposta emotiva capace di andare molto oltre la nostalgia.
Liam e Noel Gallagher, dalla rottura alla riconciliazione
Dopo la separazione del 2009, il ritorno degli Oasis sembrava appartenere alla lunga lista degli eventi rock destinati a non verificarsi mai.
L’annuncio del tour nell’agosto 2024 cambia tutto. La risposta dei fan è immediata e le date diventano un evento globale. Oasis Live ’25 parte da Cardiff e attraversa Manchester, Londra, Edimburgo, Dublino, Toronto, Chicago, New York, Pasadena e Città del Messico, proseguendo poi in Asia, Australia e Sudamerica fino alla conclusione a San Paolo.
Il documentario segue questo percorso, ma torna continuamente al rapporto tra i Gallagher.
Southern e Lovelace hanno costruito il film intorno a una convinzione precisa: la reunion poteva funzionare sullo schermo soltanto se fosse stata raccontata anche come una storia di perdono e riconciliazione. I registi parlano esplicitamente del potere curativo della musica, non soltanto per Liam e Noel ma per chi, attraverso quelle canzoni, ha accompagnato una parte della propria vita.
È il significato stesso scelto per il titolo. Per i due filmmaker, Don’t Look Back in Anger diventa una dichiarazione d’intenti: guardare a ciò che è successo senza permettere che la rabbia continui a determinare il presente.
Sei settimane dentro le prove degli Oasis
Uno degli elementi più interessanti del film è l’accesso ottenuto dalla produzione.
Le riprese sono iniziate circa diciotto mesi prima dell’uscita e i filmmaker hanno seguito per sei settimane le prove della band al The Mill di Londra, in uno spazio industriale lontano dall’immagine spettacolare degli stadi che sarebbero arrivati successivamente.
Era necessario, però, evitare che la presenza di una troupe cambiasse il comportamento dei musicisti e soprattutto dei due fratelli.
Per questo nella sala prove sono state installate circa dodici cineprese controllate a distanza, lasciate in posizioni fisse. Liam, Noel e gli altri musicisti potevano così lavorare senza operatori che li seguissero continuamente con una macchina da presa.
Il risultato è un materiale che cerca la spontaneità più che l’intervista costruita.
Steven Knight ricorda anche il primo giorno nel quale Liam si è avvicinato al microfono durante le prove. Secondo lo sceneggiatore, Noel stesso avrebbe osservato che il fratello non aveva mai cantato così bene.
Immagini inedite e la prima intervista insieme dopo oltre vent’anni
Il film contiene materiale che fino a oggi non era mai stato mostrato.
Knight sottolinea che sono inediti sia i contenuti delle interviste sia quelli delle prove e dei concerti e che questa è la prima volta in cui gli Oasis hanno autorizzato la ripresa diretta di una loro sessione di prove.
Ma il passaggio probabilmente più atteso è un altro: Liam e Noel Gallagher tornano a sedersi insieme per un’intervista dopo oltre vent’anni.
Non viene utilizzata soltanto per ricostruire ciò che è accaduto tra loro. I due ricordano la storia della band, scherzano e tornano sugli anni nei quali il conflitto personale era diventato inseparabile dalla narrazione pubblica degli Oasis.
È anche il tentativo, suggeriscono i registi, di permettere ai Gallagher di riprendere possesso della propria storia dopo anni nei quali il racconto della band è stato dominato soprattutto dalla rottura.
A Venezia gli Oasis saltano la conferenza stampa, ma conquistano il Lido
Alla Mostra del Cinema di Venezia, il film è stato accompagnato da un’attesa che ha rapidamente trasformato l’arrivo dei Gallagher in uno degli eventi più seguiti del festival.
Liam e Noel non hanno partecipato alla conferenza stampa, affidata a Steven Knight, Dylan Southern e Will Lovelace, ma sono arrivati al Lido per il photocall e successivamente per il red carpet e la prima ufficiale.
Liam ha salutato i fan dal motoscafo e al photocall ha scherzato anche con il direttore della Mostra Alberto Barbera. La sera, centinaia di persone hanno accompagnato l’arrivo dei due fratelli cantando Wonderwall. Prima della proiezione Liam e Noel hanno ripetuto davanti ai fotografi uno dei gesti diventati simbolo della reunion, sollevando insieme le mani.
Alla domanda su come fosse Venezia, Liam ha sintetizzato l’esperienza nel suo stile con un “Biblical”, mentre Noel ha scelto un più essenziale “Bellissimo”.
Ma nella conferenza stampa sono stati soprattutto Knight e i registi a riportare l’attenzione sul cuore del film: la graduale ricostruzione del rapporto tra due fratelli che, all’inizio delle prove, sembravano ancora misurare attentamente ogni passo e che durante il tour finiscono progressivamente per ritrovarsi.
Il pubblico come terzo protagonista
Se Liam e Noel sono inevitabilmente al centro di Don’t Look Back in Anger, il film individua però un altro protagonista: il pubblico.
Per Southern il momento decisivo è stato il primo concerto a Cardiff. Nessuno sapeva davvero quale atmosfera avrebbe accolto la band. Quello che i filmmaker incontrano è invece un’esplosione di entusiasmo che modifica in parte anche il progetto del documentario.
Il regista arriva a sostenere che il membro più importante degli Oasis sia proprio il pubblico. Non perché la band passi in secondo piano, ma perché ciò che accade sugli spalti diventa parte integrante della reunion.
Per le riprese dei dodici concerti scelti per il film, distribuiti su tre continenti, sono stati coinvolti direttori della fotografia abituati al cinema, tra i quali Haris Zambarloukos, Lol Crawley, James Laxton, Suzie Lavelle e Park Jung-Hoon. Le indicazioni erano volutamente semplici: non limitarsi a documentare il palco, ma filmare il concerto così come veniva vissuto.
Le cineprese, da tre fino a diciotto a seconda dello show, cercano quindi tanto Liam e Noel quanto i volti, gli abbracci e le reazioni del pubblico.
Oasis, una musica passata dai genitori ai figli
È proprio osservando gli spettatori che il film individua uno degli aspetti meno prevedibili della reunion.
Gli Oasis degli anni Novanta erano diventati la colonna sonora di una generazione. Trent’anni dopo, quella stessa musica viene cantata anche da persone che non erano ancora nate quando Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory? trasformavano la band di Manchester in un fenomeno mondiale.
Knight racconta lo stupore degli stessi Liam e Noel davanti a madri e figlie, padri e figli riuniti agli stessi concerti. Per una parte del pubblico più giovane, le canzoni degli Oasis sono diventate anche il legame con la musica ascoltata in casa dai genitori.
È qui che il documentario esce definitivamente dalla semplice cronaca di una reunion.
Wonderwall, Don’t Look Back in Anger, Champagne Supernova e gli altri brani non vengono trattati soltanto come una successione di hit. Diventano una memoria condivisa che, passando da una generazione alla successiva, continua a produrre nuovi significati.
Un film sul tour, ma soprattutto sul perdono
Southern e Lovelace hanno già raccontato la musica in documentari come Shut Up and Play the Hits e Meet Me in the Bathroom. Con gli Oasis, però, il concerto diventa soltanto una parte della storia.
Le immagini mostrano la band mentre torna a funzionare come gruppo, ma registrano contemporaneamente qualcosa di più difficile da misurare: la distanza tra Liam e Noel che lentamente si riduce.
Uno dei momenti simbolici è il loro ingresso sul palco mano nella mano. Un gesto apparentemente semplice che assume un peso diverso se messo accanto alle immagini del 2009 con cui si apre il film.
Per i registi, la gioia incontrata durante il tour avrebbe contribuito direttamente al riavvicinamento: concerto dopo concerto, i due fratelli appaiono sempre più vicini.
E qui Oasis: Don’t Look Back in Anger trova la propria identità più precisa. Non raccontare soltanto come una band sia riuscita a tornare insieme, ma perché quel ritorno abbia significato così tanto anche per chi la stava aspettando.
Oasis: Don’t Look Back in Anger al cinema dal 10 settembre
Presentato a Venezia nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, Oasis: Don’t Look Back in Anger è diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, scritto da Steven Knight e prodotto da Magna Studios, con Sony Music Vision. La fotografia è di Haris Zambarloukos, il montaggio di George Cragg e Martina Zamolo e le musiche originali di Zebedee Budworth.
Il documentario sarà nelle sale cinematografiche italiane dal 10 settembre, con proiezioni anche in IMAX in alcune sale, prima dell’arrivo in streaming su Disney+ entro la fine dell’anno.
